Diario di Brodo VII (Il Maiale Morale)

Pubblicato il 23 Febbraio 2010

(continua dal VI)

Il locale iniziava a riempirsi verso le 21 per le cene, alle 23 sarebbe iniziato il concerto, in quelle due ore bisognava dare la vita per servire in tempo 120 coperti. Non avevo idea di che tipo di menù m'aspettasse visto che avrei proposto il mio dopo la prova. Il padrone mi disse di stare tranquillo, che era cucina casalinga, quella che avevano proposto dopo la dipartita dell'ultimo chef. Roba semplice e gustosa che aveva fatto sua madre. Sua madre! Sua madre non era una cuoca, e questa informazione già basterebbe per far gridare a qualcuno di voi: "Ma che diavolo l'hai messa a fare nel racconto?", semplice direi io, rileggetevi tutta la saga di Edipo coi commentari di Freud. Sua madre era una che aveva un negozio di abbigliamento femminile di pessima qualità nella parte morta di una strada di negozi per fighetti. L'aveva chiamato "Gianna Bianca" che in bolognese si dice "Zanna Bianca", sì il cane, proprio il cane, e lei ricordava un cane, ma non un lupo, uno di quelli stazzosi con la faccia umana. Ecco sì, sembrava un cane umano, e devo dire che quella era la sua qualità migliore. E qui mi fermerò nella descrizione, per pudicizia e perché vorrei che anche i ragazzini potessero leggere queste pagine.
La linea era già pronta, mi era stato detto che la zia del padrone, perché in cucina c'era pure la zia, aveva già approntato tutto durante la mattinata. Bene. Apro il frigo dei cibi cotti. Buio. mi ritrovo a terra e vedo attraverso gli occhi vetrati di lacrime, Kafil che cerca di chiudere lo sportello con il manico di una scopa e tappandosi le narici ad una distanza ragguardevole dall'elettrodomestico. Mi girava la testa e i conati di vomito si trasformarono in un attacco d'asma. Allora vidi Kafil che col manico della scopa cercava di spingermi il più lontano possibile dal frigo, cercando di spezzarmi meno costole possibili. Mi aggrappai ad un bancone, cercai di risalire e di gestire il mio respiro per sedare l'asma. Kafil aprì la porta secondaria della cucina, quella che dava sulla strada per arieggiare, aprì un flacone di candeggina e lo versò sopra la piastra calda e mai un profumo così nauseante fu più gradito come in quel momento. La candeggina pulisce tutto, dal sangue sulle pareti alla puzza mefitica di quello che scoprii essere una zuppa di fagioli e cotiche con tre strati di muffa sopra che sembrava il palmo della mano di un vampiro, peloso e viscido al contempo. Impressionante. Chiesi a Kafil. Lui disse, "Morte". In quel poco tempo che avevo avuto modo di conoscerlo capii che quella era la sua parola preferita. "Morte?" chiesi io, "sì!", disse "noi chiamare questo piatto, Morte!", come dargli torto e mi porse una mascherina. La indossammo, e iniziammo a scandagliare il frigo alla ricerca di qualcosa di fresco. "Tu pulire tutto dalla muffa, poi io scaldare e rimettere in frigo", "Stai scherzando? Buttiamo tutto!" E appena dissi questa frase entrò Zanna Bianca che disse con la sicumera del più grande chef del mondo: "Cominciamo male figliolo, in cucina non si butta via niente!", ecco signore e signori lettori, mi rivolgo a voi col cuore in mano, vi prego di ascoltarmi, è un modo di dire, un luogo comune, il "non si butta via niente" ha un limite, che è quello sanitario, che è quello del tempo che passa per tutti, una cosa morta è morta, trasformiamola diceva Einstein, e Zanna Bianca aveva ampiamente travisato le teorie del grande scienziato, dicendomi: "La zuppa di fagioli ha giusto un po' di odore, fanne un polpettone per i dipendenti."
(to be continued)

Scritto da Luca Giovanni Pappalardo

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