Diario di Brodo III (Il maiale morale)

Pubblicato il 3 Febbraio 2010

Morte in bangladese si dice Morte. Così come vedova si dice vedova. In bangladese si dicono molte cose in italiano, ma si dicono meglio, con più cuore. I bangla (come li chiamiamo noi in cucina) non aspirano a diventare come gli italiani, in un certo senso, con la loro fanciullesca ingenuità ci scimmiottano per prenderci in giro. La prima volta che ho visto Kafil aveva appena finito di sfilettare un tonno da 10 chili ed era completamente sporco di sangue, per il tonno visto che è detto il maiale del mare non si direbbe sfilettare bensì macellare. La quantità di sangue che riesce ad espellere un tonno è pari a quella di un essere umano squartato per benino, tipo quelli finti che vediamo nei telefilm polizieschi. Dico, veramente una marea di sangue. E allora devi lavare la cucina con le pompe, allagarla e dare di straccio spingendo l'acqua prima rossa e poi sempre più rosea dentro i tombini che rigogliano. Pulita la cucina, sulle mani se non hai usato i guanti ti resterà per molti giorni il colore del reato. Kafil mi fa cenno di avvicinarmi, lui non parla mai a voce alta, mi dice: 'chi essere tu?' (come il brucaliffo di Alice), 'un amico', dico io, 'lavoro qua da oggi', 'bene', fa lui, 'aiutare me allora', e mi sgancia un saccone unto di sangue con dentro gli scarti della bestia macellata, ed io ancora vestito in abiti civili sgrano gli occhi e gli dico 'cazzo!' e lui 'rusco buttare fuori a destra'. 'E tu?' 'Io tenere porta aperta.' Questo era uno di quei momenti in cui il fanculo si mescola al grazie. Fatto sta che prendo il mio saccone dell'immondizia e mi dirigo verso i bidoni, apro quello di sinistra ma prima che riesca a gettare il rusco Kafil mi tocca una spalla da dietro e io salto in aria, 'No quello', dice, 'Non romprere' riapro il coperchio e vedo spuntare una mano che mi offre un mazzo di rose... (to be continued)

Scritto da Luca Giovanni Pappalardo

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