Diario di brodo V (Il Maiale morale)

Pubblicato il 7 Febbraio 2010

Il locale portava il nome di un Caffé ma si spacciava per un ristorante. Il padrone aveva cambiato in sei anni della sua gestione ventisei chef, così mi avevano detto, ma quale fosse il motivo era a me occultato da qualcosa che aveva sentore di scabroso. Il caffè-ristorante era stato in un passato piuttosto recente una pizzeria di infima caratura, qualcosa a metà tra un locale di escort e un kebabbaro milanese, e del vecchio stile erano rimaste solo le escort, grazie a dio. Quelle portavano clienti, e portavano via ai clienti i fogli conservati nel portafogli. Dicevo che era il mio primo giorno in questo locale, ed avevo già avuto a che fare con una pattumiera che conteneva resti umani e con un aiuto cuoco del Bangladesh privo di scrupoli, Kafil. Scoprii più avanti che Kafil aveva due figli piccoli, Bobby e Suehellen, loro in Bangla ci erano rimasti sotto con Dallas, come noi con Lost, per loro i Texani petrolieri erano personaggi di pura fantasia che vivevano in un mondo di cui i Bangla non avevano mai sfiorato l'idea dell'esistenza. Gei Ar che si scrive JR, col suo cappellone cowboy, era simbolo di carisma e condotta integerrima, pater familias ammirevole, uomo d'affari di indiscusso valore etico. Kafil di JR aveva solo il cappello. L'aveva comprato in un parco giochi nazionale stile Gardaland, ma per adulti extracomunitari, nel padiglione che come attrazione aveva il rifacimento di "Continuavano a chiamarlo Trinità", con Bud Spencer e Terence Hill che se le suonavano alla grande. Un giorno dissi a Kafil che l'attore che faceva JR era un ubriacone di prima linea, un cirrotico bastardo che aveva superato tutti nella lista dei trapianti di fegato pur non avendone diritto, e che si era fottuto dopo pochissimo tempo anche il fegato nuovo a furia di bere. Kafil mi guardò con gli occhi arrossati, con lo sguardo di Caronte che Dante descrive nell'Inferno e con la sua voce da Raffaella Carrà narcotizzata, mi disse, 'Arbnder ruijed, Luca fetnag, Morte' seguito da uno sputo sulla piastra caldissima della carne. Lo sputo per lo shock termico sfrigolò sinistro sigillando con l'onta quella specie di maledizione che conteneva nella stessa frase Luca e Morte.

Scritto da Luca Giovanni Pappalardo

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